FENERLAND

segnali e pulsioni di coscienza pura

Il Boss è solo

Ormai è nell’aria. E’ una sensazione astratta che si sta trasformando giorno dopo giorno in concreta realtà. L’affaire “rosa” che ha visto protagonista il nostro premier ed un bel gruppetto di ragazze/ine si è trasformato in una specie di diaspora politica. MIster B. questa volta ha esagerato, ha tirato troppo la corda. Prima Noemi, poi il divorzio da Veronica Lario con il conseguente strascico di pettegolezzi ed infine la clamorosissima inchiesta di Bari. Troppo per lui, ma soprattutto per i suoi alleati. Come poter seguire ed appoggiare un premier nano, puttaniere e quasi pedofilo? E’ come trovarsi a combattare con tutti i vizi della corte di Francia nel 1700 in una volta.

Ciò che voglio dire, e che mi pare si possa facilmente intuire anche dagli attuali movimenti politici, è che anche i fedelissimi di Silvio, coloro che pareva gli avessero giurato eternà fedeltà, sembrano aver abbandonato la nave. Su tutti potremmo citare Gianfranco Fini che con il caro Silvio ha creato l’entità PDL e Gianni Letta, da sempre il suo stratega di fiducia. Due politici (fattore non di poco conto di questi tempi) che hanno percepito lo scricchiolio delle pareti e che ora mirano alla successione. Un altro potabile “traditore di Silvio” potrebbe essere Scajola il quale, secondo indiscrezioni, starebbe lavorando da di dentro alla struttura PDL. Pure la Lega forte dei recenti risultati fa la voce grossa…

Forse le mie sono fantasticherie premature e figlie comunque di un mio essere poco avezzo a questa politica, ma credo di non sbagliare di molto. Me lo fa pensare anche il comportamento di molti dei nostri canali informativi. E’ infatti impressionante notare come i tg di regime utilizzino meno il termine “Premier” favorendo invece “Governo”. Singolare eh?! Ovvio poi che qualora le mie previsioni/opinioni fossero veritiere rimarrebbero sempre alcuni conti aperti, i quali si sò, vanno fatti sempre con l’oste. Silvietto il capitano mica si farebbe sbattere giù dalla nave azzura com tanta facilità. Potrebbe sempre decidere di giocare il jolly e portare tutto il paese al baratro. In fin dei conti lui ha 73 anni. Il futuro del paese a quel punto gli interesserebbe realtivamente non credete?

Tag: Futuro, cose di regime, Politica, berlusconi, Informazione
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  • Ad un passo dall’ oblio

    Quello che sta succedendo nella grande repubblica d’ Iran mi preoccupa molto.

    Non sono sicuro che Ahmadinejad abbia preso il 12% come molti sedicenti intellettuali iraniani suppongono, ma non intendo argomentare su: ha vinto Moussawi o ha vinto Ahmadinejad, qui il problema è un altro.

    Il consiglio dei guardiani come organo superiore doveva garantire una visione superpartes e questo non è avvenuto, anzi ha apertamente dichiarato di essere per la vittoria di Ahmadinejad e qui si è rotto un filo, il filo che teneva l’ Iran attaccato al gruppo di democrazie semilibere, insomma come noi. Ora, si è rotto a causa del consiglio dei guardiani che poteva uscirne in maniere migliore da questo scontro politico.

    In quel momento Khamenei,  Ayatollah d’ Iran ha creato una trincea ed era inevitabile che se ne creasse un altra.

    j

    vecchio e nuovo

    L’ Iran è un paese che mi sta molto a cuore perchè in un certo qual modo è molto simile al nostro: ha un forte radicamento religioso appoggiato da buona parte delle popolazione, che ha permesso la rivoluzione Khomeinista e l’ instaurazione della repubblica islamica, tuttavia buona parte del paese è filo occidentale non solo nelle idee ma anche negl’ usi e nei costumi, spesso nelle grosse città si possono vedere avvenenti giovani donne quasi senza velo, cioè con un velo talmente basso sulla testa che è sempre in procinto di cadere totalmente sul collo e spesso lo fa. Parlando qualche anno fa con un uomo iraniano che aveva fatto la guerra Iran/Iraq mi disse, l’Iiran non è l’ Arabia non abbiamo niente a che fare con quei fondamentalisti, l’ Iran è moderno, Khomeini ce l’ ha messo qui l’ america perchè lo Scià non ci stava con le multinazionali del petrolio. Lasciamo perdere queste divagazioni, quello che mi interessa qui è proprio questo. Tendiamo a vedere l’ Iran come un paese sottosviluppato, esotico, fondamentalista e non è solo così.

    Ora che i due fronti interni si sono schierati lo scontro si inasprirà perchè di certo il fronte religioso non mollerà adesso, può essere che il popolo represso si sottometta, ma di solito in questi casi intervengono agenti esterni a supportare la parte a cui sono interessati. Temo che qualche stato esterno appoggi con armi la rivolta popolare, portando ancora più sangue sulle strade, l’ america non è nuova a questo tipo di interventi all’ estero, gli amiconi della c.i.a. lo hanno sempre fatto.

    Questo è solo l’ inizio per l’ Iran, cambiare con agenti esterni verso uno stato più occidentale o radicarsi nel fondamentalismo.Qualsiasi delle due opzioni delinea sono tempi bui per la Grande Persia di un tempo!

    Tag: Informazione, Dialogo, Informazione, ahmadinejad, rivolta, religione, dittatura
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  • Gli Alleati di Silvio

    Il miglior alleato di SIlvio Berlusconi siete voi. Siamo Noi. Sono le mani nei televisori. Sono negli occhi che non vedono, nelle orecchie che odono, nelle bocche che non parlano. Il miglior alleato di questo TeleDuce sta nascosto nella scelta di fregarsene, nel pensare che comunque domani sarà un altro giorno. Berlusconi Silvio, l’imprenditore che la mafia ha scelto per il nord è la riprova che il verbo di Goebbels è quanto di più attuale la nosrera società si in grado di proporre.

    Bugie. Bugie che si trasformano in verità. Matrimoni trasformatisi in sincere amicizie*. Puttane miracolosamente mutate in potenziali candidate (poi pentite) e politiche italiani da svolgersi in bordelli istituzionalizzati.  Il nulla che che ci è stato favorevolmente impiantato dal verme dell’ignoranza sta pian piano sostituendo il nostro cervello. Alla nostra testa preferiamo i titoli assurdi di Mario Giordano. Ad i notiziari si preferiscono i giornali scandalistici con le tette di quella ed il cazzo di quest’altro.

    Noi siamo i colpevoli. Noi che non abbiamo reagito. Noi che ora siamo qui a non capire come mai non si arriva più alla quarta settimana del mese. Noi che comunque vada presumiamo che tutto ci sia dovuto. Noi italiani smidollati incapaci di fare nostra la parola dovere. Noi che confondiamo da sempre il significato della cosa pubblica. Non capiamo che “di tutti” è ben diverso “di nessuno” .

    Noi, convinti di risolvere poi i drammi di una vita che si fa sempre più dura e difficile, con una serie infinite di ave marie.

    Noi poveri piccoli italianucci. Noi i ridicoli d’Europa. Noi gli alleati del lupio senza spina dorsale.

    Noi.

    Anzi, no.

    Non tutti, ma troppi. Ancora troppi.

    *In merito a questo punto vi consiglio di leggere “Una storia italiana” ovvero quel maxi spot che Berlusconi mandò agli italiani in occasione delle politiche del 2001. Pagina 11 per essere precisi…

    Tag: Italiani, Italia, cose di regime, Informazione
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  • Onore al colonnello

    Ebbene si, onore a Gheddafi! Non tanto per presunti meriti (demeriti) storici ma per aver, a suo modo, onorato la memoria del Leone del Deserto.

    Omar al-Mukhtar: Janzur, 20 agosto 1861Barca, 16 settembre 1931) è stato un religioso e guerrigliero libico. Guidò la resistenza anticoloniale contro gli italiani negli anni venti, ed è considerato in Libia un eroe nazionale.

    Soprannominato “lo shaykh dei màrtiri”  o “Il leone del deserto”, appartenente alla tribù dei Minifa,[1] nacque in un villaggio presso Barca, nella Cirenaica orientale (un tempo chiamata Marmarica) nel 1861. Fece parte della confraternita dei Senussi e divenne per quasi vent’anni il leader della resistenza anti-italiana che mosse i suoi primi passi nel 1912. Fu infine catturato, processato e impiccato.

    Nel 1930 Mussolini affidò al governatore della Libia, il generale Rodolfo Graziani, l’incarico di fermare la resistenza di ?Omar al-Mukht?r. Graziani sequestrò i beni dei Senussi, vennero dati alle fiamme alcuni villaggi, a Cufra vennero usati i primi aerei in assoluto nel deserto per i bombardamenti dell’oasi, e nell’occasione vennero impiegate anche le armi chimiche (i primi gas…ecc), i pozzi d’acqua potabile vennero avvelenati o chiusi col cemento, l’agricoltura senussita fu devastata e migliaia di Libici furono deportati in campi di concentramento. Graziani inoltre fece costruire una barriera di 270 chilometri di filo spinato tra il porto di Bardia e l’oasi di Giarabub, sede della confraternita senussita. Nell’estate del 1931, a Omar al-Mukhtar erano rimasti solo 700 uomini.

    L’11 settembre 1931 nella piana di Got-Illfù fu avvistato dall’aviazione italiana ed egli ordinò ai suoi uomini di dividersi per sfuggire alla cattura. ?Omar fu ferito al braccio e gli venne ucciso il cavallo. Catturato dagli squadroni libici a cavallo,[3] fu portato a Bardia e poi trasferito a Bengasi sul cacciatorpediniere Orsini.

    Gheddafi si è presentato con il figlio ottantenne del Leone, e con la foto storica dell’ arresto da parte dei fascisti appesa all’ alta uniforme.

    Italiani brava gente, l’ esercito italiano non è come gl’ altri noi facciamo solo missioni di pace, ovunque ci vedono di buon occhio, i militari italiani sono rispettati ovunque per la loro umanità.

    Questo è il pensiero comune e resterà il pensiero comune perchè l’ unico film che dimostra quello che è successo in Libia è vietato in italia.

    Cari italiani questo film è vietato in italia, non esiste la versione doppiata in italiano e ad un cineforum emiliano che lo aveva messo in proiezione, ovviamente il lingua originale, è arrivata la digos a sequestrare tutto.

    Questo film dimostra che non è vero che i militari italiani sono diversi, non è vero che gli italiani son ben visti, non è vero che in italia c’ è la libertà di informazione, ma questo forse lo sapevamo già.

    Onore al Leone del deserto e a chi si batte per far sapere la realtà dei fatti, chiunque esso sia.

    yui

    Per gli anglofoni il film è facilmente reperibile all' estero su Ebay

    Tag: ribellione, verità, Informazione, libertà, fascismo
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  • Led Zeppelin – IV (1971)

    Quando l’8 novembre del 1971, l’album esce nei negozi, si comprende subito come Page e compagni abbiano voluto riaffermare, fin dalla iconografia, il loro rifiuto di ogni elemento extra-musicale, in aperta polemica con la stampa britannica che aveva ironizzato sulla loro condotta da agiate rockstar. La copertina, infatti, non indicando né nome, né titolo, evita volontariamente ogni riferimento alla band. Una scelta “forte”, in stridente contrasto con i dettami del marketing musicale dell’epoca.
    L’immagine raffigura un muro fatiscente, con la carta da parati strappata, in cui è appeso un quadro con un vecchio contadino che trasporta a fatica degli arbusti sulle spalle. Dietro il muro, si scopre il retro della copertina: il paesaggio scarno e grigio di una grande periferia urbana, dove sembra regnare solo silenzio e desolazione.

    Prodotto artisticamente da Jimmy Page e da Peter Grant come esecutivo, l’album assumerà più denominazioni: “Untitled”, “IV”, “Runes Album”, “Four Symbols” o “Zoso”. Quest’ultimo era il simbolo scelto da Page, tra i quattro che rappresentano i componenti della band: uno rispecchia l’amore per la vita casalinga di Plant, un altro rappresenta l’amore per le auto veloci di Bonham, mentre quello del chitarrista e il cerchio con le tre punte di John-Paul Jones esprimono la loro passione per la magia nera.
    Otto brani, in cui lo stile dei dischi precedenti viene ripreso, ma arricchito con nuove sonorità: hard-rock, blues, country-folk e suoni che evocano fantasie mistiche ed esoteriche, si riversano letteralmente in uno storico volume musicale, quasi una summa definitiva dell’intero repertorio zeppeliniano.

    Si parte con “Black Dog”, introdotto dall’urlo selvaggio di Robert Plant: un portentoso rock-blues, impreziosito da un melodico virtuosismo di chitarra che ben si amalgama all’asimmetrico incalzare della batteria di Bonham, con variazioni ritmiche spettacolari. E’ proprio il drumming a dare il la al pezzo successivo, “Rock And roll” che, come da titolo, si snoda su cadenze rock and roll, irrobustite da un vigore “hard”: vengono apertamente menzionate “Good Golly Miss Molly” di Mitch Ryder, “Keep A Knocking” di Little Richard ed è tangibile l’influenza di Muddy Waters; il brano, venuto alla luce in seguito a una jam session con Ian Stuart, si incentra su un riff blueseggiante, su un andamento movimentato, reso ancor più energico dai picchi vocali di Plant.

    In “The Battle Of Evermore”, invece, si respira un’aria medievale, attraverso un mix di chitarre acustiche, mandolini e dulcimer, con il magico contributo vocale di Sandy Denny, la cantante dei Fairport Convention. La vocazione a confezionare raffinate ballad è confermata da “Going To California”, stavolta ambientata in paesaggi country, in cui le chitarre acustiche si perdono, a volte, in un vortice idilliaco e quasi irreale. La ragazza “con l’amore negli occhi e i fiori tra i capelli”, di cui fantastica il testo, è con ogni probabilità Joni Mitchell, una delle beniamine di Robert Plant.

    Il capolavoro per eccellenza, tuttavia, è quella “Starway To Heaven” che diverrà il passaporto per l’eternità del Dirigibile zeppeliniano. Un brano di ben otto minuti, in cui si susseguono differenti fasi: in quella introduttiva, si distingue lo storico arpeggio di chitarra acustica, che traccia un’armonia discendente e toccante, coadiuvata dal suono dolce del flauto, mentre la pacata voce di Plant si adatta perfettamente al contesto; nella seconda, il sound si fa più vigoroso, con l’arpeggio della chitarra a dodici corde che si erge a più riprese, distaccate dal suono della chitarra a sei corde; quest’ultima, infine, introduce la parte finale, dove la ballata si trasforma in un potente hard-rock, marchiato a fuoco da un lussureggiante assolo di chitarra elettrica, e dalla performance vocale di un Plant più che mai scatenato. Per la stesura del testo, Plant si ispirò ai miti di “Magic Arts In Celtic Britain”, un libro di Lewis Spence.
    Nonostante le cicliche accuse di satanismo subite negli anni (qualcuno giurerà perfino che ascoltandola al contrario si possa percepire un messaggio demoniaco), “Stairway To Heaven” diverrà l’inno per antonomasia dei Led Zeppelin e comparirà in ogni sorta di sondaggio sulle migliori canzoni rock di tutti i tempi. Curiosamente, però, non verrà mai incisa su 45 giri, a causa dell’ostinato rifiuto della band, che continuerà a resistere orgogliosamente al pressing dei discografici.

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    Tag: musica, Disco del mese
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