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FENERLAND

segnali e pulsioni di coscienza pura

Caro amico trevigiano

La settimana scorsa su Il Gazzettino di Treviso si diceva che molti trevigiani non si sentono per nulla Italiani, ma piuttosto Padani. Mi sono permesso di scrivere delle liriche, molto semplici sia chiaro, sull’argomento. A voi il giudizio su questo mio divertissement!

Caro amico trevigiano
apprendo dal giornale
che non ti senti più italiano
e che le cose vanno male.
La notizia son sincero
non mi prende alla sprovvista
qui si loda il padano vero
non lo stato menefreghista
L’Italia, caro il mio compaesano
senza ringraziamento alcuno
ti fotte soldi, core e deretano.
Mentre tu piangi e non sei nessuno.

Per fortuna, 5 lustri orsono
una voce s’è levata in tua difesa.
Avea la forza di un gran tuono
la lega cosi iniziava la sua ascesa.
Finalmente un bel partito
che di te si preoccupava,
che non t’avrebbe mai tradito
e che il nord davvero amava.
Questa Lega fatta di persone
che prima eran poche e poi milioni.
E poi il nuovo tipo politico  per anfitrione
e giù tutti a sentir Bossi, Borghezio e Maroni.

La lega forte ed arrabbiata
preparava l’assalto romano
dal federalismo armata
se ne scendeva col dardo in mano.
A roma giunta tutta trafelata
s’è voluta fermare sullo scranno
e lì, divertita dalla lazial fermata
rimase immobile per evitar l’affanno.
Non temere amico trevigiano
il politico della verde armata
non ti sta sondando l’ano.
ed ogni giorno urla contro l’italia unita.
Ti promette d’esser nordista forte
“A casa negri, anzi NO a casa tutti,
al nord chiuse tutte le porte
della padania noi siam frutti”.

Ma aspetta amico trevigiano
che non ti senti più italiano
ma solo uomo dal cuor padano,
non ti accorgi d’esser lontano
e che il lavoro duro e di mano
t’ha ridotto a relitto poco umano?
Amico mio trevigiano davvero penso
che questa padania te l’han venduta
che a guardarla ora è senza senso
e che la tua identità s’è fottuta.
Presa come presente per la vita.
a te han lasciato il federalismo
una bandiera verde e sfinita
mentre loro a scuola di servilismo
Il nano con euro a palate
s’è comprato bossi e maroni
mentre tu stai zitto e mangi patate
loro a San Martino a cena da Berlusconi

Amico mio trevigiano facciamola finita
la verde lega s’è presa il tuoi denaro
come con Roma la tua tasca è sfinita
ed il tuo è ormai un riso amaro.
Sei stato un nordista verde.
Ti sei colorato perché ti sei fidato,
convinto che l’ingiustizia perde
ma il verde è dei soldi che t’han tradito.
Venti anni di urla e di insulti
Venti anni di proclami
Venti anni di gesti inconsulti
Venti anni molto grami
Venti anni e poi il nulla
Venti anni di nanismo
Venti anni in una bolla
Venti anni di inutile leghismo.

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  • Inserito in: Informazione, Parole
  • L’ampio e quasi unanime consenso di critica (e di pubblico) riscosso dal debutto “Dell’impero delle tenebre” di due anni fa rendeva il secondo album de Il Teatro degli Orrori uno dei dischi più attesi del panorama nostrano.
    “A sangue freddo” mantiene l’originalità della proposta, specie sotto il profilo lirico, con un uso eccellente della lingua italiana in strutture musicali che accoglierebbero meglio quella inglese, ma sembra virare verso una scelta stilistica che smussa gli angoli, lasciando da parte il folle impeto noise per un più ragionato (ma a volte non meno rabbioso) furore rock, lasciandosi talvolta andare anche a una ricerca melodica e a citazioni del cantautorato italiano più classico.

    L’inizio è spiazzante: preceduta da un lungo sibilo elettronico, come un ecg piatto, “Io ti aspetto” è una storia di attesa e di abbandono, lenta e rassegnata, con archi e piano a sospendere il tempo figurandolo lungo e vuoto come solo l’attesa di vana speranza può essere.
    Non c’è tempo di stupirsi dell’inconsueto romanticismo di Capovilla che subito si viene investiti dal muro sonico grunge-metal di “Due”, trascinante ritorno alle sonorità dell’esordio così come la seguente title track, inno al poeta-attivista nigeriano Ken Saro-Wiwa, e “Mai dire mai”, miscela di hard-rock, melodia pop e spoken word.

    Il gruppo degli ex-One Dimensional Man è però in evoluzione e i risultati sono spesso ottimi; come in “Direzioni diverse”, ballata di splendida convivenza tra basi elettroniche, archi e potenti chitarre, nell’enfasi poetico-teatrale di “Majakovskij” (rilettura di “All’amato me stesso”) o nel fluire lento e dilatato, tra Massimo Volume e Csi, dei dieci minuti finali di “Die Zeit”.
    Il processo evolutivo ha degli inciampi (vedi “È colpa mia” e “La vita è breve”) che però vengono recuperati con i mezzi conosciuti, trasformando, ad esempio, il “Padre nostro” in un rabbioso sfogo o gettandosi in un pazzo rock marziale con uno scatenato Capovilla versione Sergente Hartman (“Alt!”).

    In un certo senso similare al caso dell’ultimo Afterhours, la scelta stilistica de Il Teatro degli Orrori potrà far parlare tanti su un “ammosciamento” in favore  di un maggior consenso di pubblico, ma “A sangue freddo” non è una crescita con perdita d’identità, bensì un progresso graduale che mantiene salde le radici.
    Il gruppo di Capovilla e Favero si è presentato alla famigerata seconda prova smorzando i toni e rischiando, omaggiando cantautori come De Gregori e Celentano (ma anche Battiato e Ciampi nei toni) senza tuttavia perdere il fuoco che ardeva nell’album di debutto, costruendo pezzi trascinanti e con il solito gran lavoro di testi e interpretazione.

    Un disco di amore, distacco e protesta, mix di rabbia e armonia che conferma il Teatro degli Orrori come la realtà più interessante e stimolante dell’odierno panorama alternative-rock italiano.

    Recensione: Ondarock

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  • Inserito in: Disco del mese
  • Non me ne voglia Pietro Taricone, non è intenzione mia voler speculare sulla sua tragica vicenda. È però chiaro il fatto che oggi si preferirà di gran lunga disquisire della sua sfortunata manovra piuttosto che della condanna a sette anni per concorse esterno in associazione mafiosa del on. Dell’Ultri Marcello.

    Questo sta a significare che il sig. Dell’Utri ha mantenuto dei rapporti penalmente rilevanti con la Mafia. Immagino che i vari Minzolini, Liguori & Fede dopo aver pianto lacrime casertante, evitando accuratamente di ribadire l’importanza della condanna sottolineeranno con fervore che comunque Dell’Utri è stato assolto per i fatti antecedenti al 1992. Come se questo rendesse le lo assolvesse dalle sue responsabilità. È doveroso infatti ricordare che l’on Dell’Utri è ancora un fervido sostenitore dell’eroismo di Silvano Mangano, posto ad Arcore come stalliere tuttofare nonché uomo di sicurezza nella Milano dei sequestri. In realtà, lo sanno anche i cani che Mangano era il legame tra una mafia che cercava di ripulire i soldi della droga ed l’imprenditoria lombarda che si sarebbe assunta il ruolo di “lavatrice”. A testimoniarlo gli incontro avuti dal ns. premier con personaggi del calibro (in tutti i sensi) di Stefano Bontade, Mimmo Teresi e dei vari rappresentanti dell’allora incombente mafia corleonese…

    Marcello Dell’Utri è onorevole Europeo. Ci rappresenta in Europa…In Europa siamo rappresentanti anche da un mafioso.

    Qua però sembra che ad incazzarsi siano davvero pochi. E fa impressione.

    Fa sempre impressione perché questo stato dove ormai molti sanno di questi loschi individui e delle loro vicende preferiscano di gran lunga commuoversi per il povero Taricone. Fa impressione perché sembra quasi che le nostre emozioni e le nostre siano scandite da eventi che quotidianamente ci forniscono. Sia una morte o una vita, noi reagiamo a comando. Ci piace diventare buoni e cari. Quanta pena ci fa…La rabbia è stata soppressa. Non fa audience.

    E così la vita continua…

    Mi spiace per Taricone, forse l’unico in dieci anni di partecipazioni al grande fratello che si era allontanato da quella giostra mediatica rifiutando di prenderne parte come un pupo siciliano. Ora caro Guerriero ti esibiranno in tutti quei salotti nei quali da vivo non sei mai entrato. E cosa triste. Lo faranno per mettere un velo scuro ad una notizia scandalosa quale la sentenza Dell’Utri. Ti piangeranno davvero in molti…

    Leggetevi questa intervista di Taricone.

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  • Inserito in: Informazione
  • Il ruolo sociale del Disastro

    Giusto l ‘altro giorno nella mia zona sono avvenute delle scosse di terremoto, una in particolar modo, che hanno portato la gente in strada a mezzanotte.

    Questo fatto, come la recente crisi, mi sta facendo pensare molto all’ anomalia comportamentale dell’ umano.

    Avendo girato una manciata di stati poveri non ho potuto non notare le differenze con il nostro. Tendiamo a vivere come proiettili, dritti, sicuri, verso il nostro obbiettivo. Ignorando molte delle cose che ci circondano, molte delle persone che ci circondano.

    Ora che si stanno avvicinando le ferie estive sento veramente la necessità di avvicinarmi a persone che pur non conoscendomi, e solo vedendomi, mi rivolgono un sorriso, una parola, insomma quello che solitamente qui succede solo da parte delle commesse nei negozi o al mer-donald.

    Questa crisi, il terremoto, la tromba d’ aria che s’ è portata via Vallà di Riese l’ anno scorso, aiutano a ricostruire rapporti sociali che questa vita, così frenetica, ci sta facendo perdere.

    Siamo degl ‘esseri strani.

    Per un po’ di soldi rovesciamo le nostre relazioni sociali in mere interazioni, possibilmente, occasionali. Viviamo per raccogliere sempre più soldi, ma quando succede qualcosa che ci mostra quanto inermi siamo, eccoci tutti pronti, tutti solidali, tutti pronti ad elemosinare un po’ di solidarietà da qualche sguardo, un sorriso che ci faccia sentire un po’ meno soli in questa nostra corsa verso “l’ arricchimento”.

    In Albania, Montenegro, Bosnia pensano che da noi sia come da loro solo con più soldi.

    Balle!

    La ricchezza economica ci costa cara.

    Barattiamo la nostra natura in cambio di manciate di fogli di carta con su scritto 100€.

    Stavamo perdendo i contatti con la terra, con il terreno, volando su banconote sempre più grandi e la crisi ci ha fatto schiantare sulla realtà.

    Siamo sempre e costantemente in balia di eventi che non possiamo controllare! Siano essi crisi finanziarie, terremoti, tzunami!

    Pensateci e cercate di godervi di più il vostro essere umani, che è molto di più che essere acquirenti/producenti e se un giorno non scriverò più, sarò tornato dove la vita è a livello d’ uomo.

    W la crisi!

    W i disastri!

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  • Inserito in: Parole, Segnali
  • In due frasi

    Vi spiego l’effetto di una crisi economica in un paio di frasi. A voi tutte le riflessioni del caso.

    Un mio cliente si è inventato un lavoro. Forza serrature per conto dei carabinieri che eseguono sfratti. Lo pagano bene. Esegue dai 3 ai 5 sfratti al giorno. I suoi racconti sembrano allucinanti. Dicono di gente che muore di fame perché ha finito i soldi. Di gente che si nasconde negli appartamenti e non vuole più uscire. Ah proposito, non sono tutti marocchini, cinesi o altro.

    Un ristoratore della mia zona apprezzato e conosciuto. Locale medio. Tranquillo. Questa notte si è ammazzato. 2 figli, una moglie, debiti ed una corda che ti si annidia attorno al collo. Solitudine.

    Questa è la crisi.

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  • Inserito in: Parole, Segnali
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